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mercoledì, 28 febbraio 2007
Cambiare casa ogni tanto fa bene, soprattutto se il restyling aiuta a mettere ordine e a cercare di migliorarsi per quel che è possibile.
Da quest'istante il mio blog si trasferisce su
http://antoniogurrado.blogspot.com
A tutti grazie e ci vediamo lì.
venerdì, 23 febbraio 2007
Sono un po' stanco. Quasi quasi mi rinvio alle camere.
Mia madre: "Mi ero alzata per far pipì e già che c'ero ho fatto il caffè."
Io: "L'importante è che non ti sia confusa. In ogni modo vado al bar."
Io ho commesso svariati peccati mortali, il non meno grave dei quali consiste nell’aver invitato, qualche anno fa, un gruppo di giovani scrittori meridionali a confrontarsi col pubblico nelle brume del profondo nord. Gli errori si commettono per imparare, e infatti nella circostanza specifica imparai che in Italia tutti sentono un gran bisogno di leggere romanzi e ascoltare presentazioni, a patto tuttavia che a leggere romanzi e ascoltare presentazioni sia qualcun altro. Uno degli autori che si mostrò più entusiasta della mia sciagurata iniziativa, non solo prima ma anche dopo aver parlato di fronte a una decina di volenterosi nordici, fu Livio Romano, romanziere che viene dalla provincia di Lecce e che ora va per i quarant’anni.
(la recensione a Niente da Ridere, l'ultimo romanzo di Livio Romano continua qui, su Ore Piccole)
(copertina tratta da www.economist.co.uk)
giovedì, 22 febbraio 2007
Di fronte al cartone con dentro i bordi bruciacchiati della pizza, mentre in diretta su Rai Uno guardo la Roma passeggiare sui poveri resti del Milan, mi sono chiesto se non sarebbe stato meglio, invece di scomodare altre quarantasei squadre, risolvere la questione facendo giocare direttamente la Roma contro l’Inter e l’Inter contro la Roma. Trattandosi tuttavia di un pensiero, benché formalmente corretto, evidentemente dettato dall’acrimonia per la sconfitta (peggio ancora: dettato dall’acrimonia per le vittorie altrui), mi sono deciso a rigettarlo ciò nondimeno riformulando la domanda: ma questa Coppa Italia servirà a qualcosa?
(continua qui, come sempre, su Il Resto del Pallone)
mercoledì, 21 febbraio 2007
Non è tanto il digiuno che mi preoccupa, quanto l'astinenza dalle carni. Per il digiuno, com'è noto, basta accontentarsi di un pasto nel corso della giornata, contenente il cibo sufficiente a lavorare normalmente. Il tutto viene peraltro nobilitato dal discorsetto pretesco (chi l'ha sentito stamattina, chi già domenica scorsa, chi lo sentirà stasera) che saltare pasti è non solo una pratica salutare per il corpo (un giorno di digiuno non ha mai fatto male a nessuno, anzi) ma soprattutto per l'anima, poiché dimostra che si può sopravvivere anche senza mangiare troppo, e che ci si può trattenere da - che so io - zuccherare il caffè o sgraffignare cioccolatini.
Camillo Langone, ammirevolissimo, per la Quaresima pratica il digiuno alcolico: sofferenza non da poco per chi di mestiere fa (anche) il critico enogastronomico. Questa sua pratica, utilizzando sempre i parametri preteschi di cui sopra, è salutare per l'anima in quanto insegna a non anteporre il lavoro alla salvezza; utilizzando anche i parametri langoniani, consente di ricordarsi che se grande è l'ira è più grande il perdono divino, come si evince quando ci di tanto in tanto si imbatte in Langone con un bicchiere in mano in piena quaresima. Se gli si chiede come mai, risponderà che è domenica; e che per quanto la quaresima vada rispettata, in ogni domenica il Signore risorge, e bisogna festeggiare.
L'anno scorso mi ero messo d'accordo con Snupi per una Quaresima strettissima, poiché entrambi ci sentivamo colpevoli (presumo per motivi diversi). L'idea era che, abitando a cento metri di distanza l'uno dall'altra, ci saremmo potuti controllare agevolmente. Alla sera del martedì grasso eravamo andati a prenderci un gelato, che sarebbe stato l'ultimo dolciume fino a Pasqua. Al mattino del mercoledì delle ceneri, un caffè senza zucchero e messa. A pranzo, io due insalate e un panino; lei, che è più minuta, un'insalata e la mollica del panino. Dopo di che, lei a studiare Hoelderlin e io a leggere Messori che intervistava Ratzinger quand'era ancora cardinale. Alle quattro e un quarto eravamo (io e Snupi, non io e Ratzinger) a prendere a testate le macchinette delle merendine dietro la cui vetrina occhieggiava il peccato e, soprattutto, la disillusione.
Non è tanto il digiuno che mi preoccupa, quanto l'astinenza dalle carni. Perché per non assumere cibo basta non aprire il frigorifero, ma per non pensare alla carne non basta cacciare via da sé ogni possibile signorina, il peccato è proteiforme.
martedì, 20 febbraio 2007
[Recensione ad Anne Godard, Inconsolabile, Neri Pozza 2007. © Stilos: il quindicinale dei libri, anno IX n. 4]
Inconsolabile è la persona il cui tempo è irrimediabilmente spezzato in un prima e in un dopo inconciliabili, e il cui pensiero ritorna ossessivamente al momento di rottura poiché sa che non può risalire più indietro nel passato senza provare una fitta straziante. L’esordio narrativo di Anne Godard è la spietata e chirurgica traduzione in forma di romanzo di questa definizione: la storia di una madre che ha vissuto il momento irreparabile della perdita di un figlio e del suo ossessivo vivere in funzione di quest’avvenimento, di giorno in giorno, di anniversario in anniversario, morbosamente aggrappata al ricordo di un vuoto. La stanza del giovane, custodita intatta per decine d’anni, è l’ultima compagna della sua vecchiaia: abbandonata dal marito, sottilmente disprezzata dai figli minori, per certi versi dimenticata dagli amici, la protagonista vi si rintana per immergersi consapevolmente in un flusso di memorie che ruotano tutte, inevitabilmente, intorno al momento della morte altrui. Quando decide di affrontare direttamente - violentemente quasi - la ricostruzione del trauma dimenticato, di fronte al riemergere della sofferenza fino ad allora controllata e quasi venerata, rivedendo e rivivendo la scomparsa del proprio figlio, la madre smette di essere madre e necessariamente inizia a morire.
A soli trentasei anni, Anne Godard ha prodotto un romanzo il cui ritmo è scandito dalla perizia con la quale dissemina lungo la rama dei ricordi indizi psicologici che danno la cifra della perdita sofferta dalla donna. Il tempo narrativo, composto da dieci capitoli ben proporzionati, vive della discrasia fra il prima e il dopo: un passato in cui tutto sembra correre troppo in fretta verso la morte del figlio e un continuo presente di istanti sospesi e reiterati, frutto di una perdita di senso che all’esperienza della morte quotidianamente si rifà. Un romanzo triste, certo, ma non lamentoso, stante la bravura di Anne Godard nel distinguersi sottilmente dalla protagonista, ora sovrapponendole la propria voce, ora lasciando che il lettore si renda conto di un’ironia infinita: quando ad esempio la madre, frugando per la prima volta nella stanza del figlio, scopre che anche lui le nascondeva qualcosa ma non lo accetta, e preferisce continuare a riporre tutto ciò che il figlio le ha involontariamente lasciato in una nebbiosa età dell’oro, un irrealizzato idillio materno che solo la morte, paradossalmente, sembra aver potuto rendere possibile.
Fosse sopravvissuto, sottintende Anne Godard, il figlio maggiore sarebbe magari diventato come i suoi fratelli, smentendo la patina di eccezionalità che il lutto materno gli ha cucito addosso: così che la repentina, polemica e rabbiosa uscita di casa dei fratelli minori acquista il senso di una lotta di liberazione da una cappa funerea, da una morbosa attesa del ritorno di un passato; sembra quasi la furia di Caino di fronte a una preferenza ai suoi occhi ingiustificata. Il dolore della madre non vuol sentir ragione e si autoalimenta fino a comprendere tutto ciò che la circonda, avvelenandolo e castrandolo. I continui e ossessivi riferimenti al figlio, la ricerca delle sue ultime immagini o di una qualsiasi traccia della sua presenza, costruiscono una prigione dei ricordi e al contempo l’unico rifugio nel quale la madre possa sentirsi al sicuro da un tempo che continua per tutti, ma che a lei pare essersi fermato; come se la donna, tenendo continuamente presente la morte, riuscisse a evitare di considerare la perdita del figlio come un evento reale, ossia come un avvenimento che ha spezzato una felice continuità dai contorni indistinti.
Il linguaggio di Anne Godard è di limpidezza cristallina e precisione entomologica; si avverte, dietro ogni parola, la fatica della scelta senza che questo intacchi minimamente la fluidità della lettura. La sua prosa impone al lettore un ritmo moderato e costante, rende pressoché inconcepibile la voglia di saltare foss’anche una sola riga ma, d’altro canto, la brevità e la densità del romanzo impediscono al lettore di interrompere, lo inchiodano, lo ipnotizzano. Soprattutto, la vera sorpresa del romanzo è l’utilizzo della narrazione in seconda persona, artificio che rende netta l’idea della fitta straziante al cuore cui la protagonista si sottopone volontariamente, compiacendosene talvolta. Dal primo all’ultimo tu su cui intesse il romanzo, Anne Godard ottiene un duplice effetto: riuscire a mostrare la protagonista dall’esterno configurandola quale centro di un sistema chiuso e autoreferenziale; sovrapporre l’immagine della protagonista a lettore che sente i suoi atti, i suoi gesti e i suoi pensieri attaccarglisi addosso e seguirlo, come l’immagine riflessa in uno specchio incrinato dall’assenza.
Nel corso della gita alla bolscevica Feltrinelli di Bari, tuttavia, l'unico deterrente all'acquisto (o deterrente dell'acquisto? boh) non è stato il prezzo per godersi la compagnia di Pascale e/o Piccolo. Chi come me compra i libri per esclusione si basa su alcuni principi inderogabili:
1. che è meglio non comprare narrativa di genere
2. che è meglio non rischiare con chissà quale traduzione per libri che fra un mese potrò facilmente reperire in lingua originale e a prezzo minimo, anche due sterline (da Blackwell's a Oxford, per esempio)
3. che è meglio non spendere 13 euro (ossia ventiseimila lire) per un libro in edizione economica
4. che è meglio non comprare libri sotto le cento pagine
5. che è meglio non finanziare case editrici esplicitamente sovversive o filoislamiche, etc.
6. che è meglio aspettare che gli hardback diventino paperback
7. che è meglio non comprare libri di cui già si possiede un'edizione
8. che è meglio non comprare libri già in possesso di parenti prossimi o amici strettissimi
9. che è meglio non comprare libri d'occasione, saggi su fatti di cronaca, etc.
10. che è meglio non comprare Baricco, Brizzi, Moccia, e gran parte degli autori italiani me compreso.
Fatto salvo questo decalogo, ci si rende conto che dell'enorme Feltrinelli di via Melo risultano acquistabili pochissimi volumi: il gioco del sabato mattina consiste appunto nel mettersi alla ricerca dei libri che valga la pena comprare, i quali vengono accuratamente nascosti per evitare che il lettore compulsivo possa trovarli. A questo punto uno dirà: sta' a vedere che nella gigantesca Felrinelli di via Melo uno passa la giornata a girare su sé stesso (come il pianeta Terra) senza trovare un libro che sia uno? E infatti, per quanto apparentemente inaccettabile, nella pantagruelica Feltrinelli di via Melo la cosa più difficile da trovare è un libro decente.
Questo perché le megalibrerie, che pure presentano notevoli comodità, in Italia sono concepite in maniera tale da ospitare non più libri diversi bensì più copie dello stesso libro. Faccio un esempio pratico: per un regalo mi serviva l'ultimo Camilleri e ne ho trovata una pila alta quanto me (un metro e settantanove, capelli compresi). Se poco poco avessi deciso di cercare un Camilleri un po' diverso (che so io, Il Re di Girgenti, che è un gran romanzo), sarei rimasto con un palmo di naso. Per non dire dei miei patetici tentativi di cercare testi sempre nuovi attribuiti ai pochi autori che, nonostante il mio gradimento, sono ancora vivi. Non solo per colpa mia (Houellebecq ha pubblicato quattro titoli; io ho letto quattro titoli di Houellebecq; pertanto è inutile che continui a cercare un suo quinto inesistente titolo), ma soprattutto per colpa della distribuzione.
In una libreria sovrumanamente grande come la Feltrinelli di via Melo sarebbe stato bello trovare almeno una copia di una qualsiasi opera di Michele Mari: mi sarei accontentato anche di trovare un libro che avevo già letto, un Einaudi o un Mondadori, soltanto per consolarmi sapendo che esisteva ancora e che qualcuno (non io) poteva comprarlo. Sarebbe stato auspicabile che degli infiniti titoli di David Lodge, tutti pubblicati da Bompiani, non ce ne fossero soltanto due, che ovviamente avevo già letto. Se un marziano, o un contemporaneo studente di liceo, capitasse nella sconsideratamente grande Feltrinelli di via Melo penserebbe che Thomas Pynchon in vita sua abbia scritto solo Entropia e che Anthony Burgess sia in realtà Melvin Burgess o, in casi estremi, William Burroughs.
lunedì, 19 febbraio 2007
Avevo un paio di regali arretrati da fare e ho passato il sabato mattina a girellare per le librerie di Bari. Poiché sono un fortunato detentore della carta blu della bolscevica Feltrinelli, che garantisce trenta euri di sconto a chi ne spende trecento, per accumulare punti avevo dunque deciso, una volta sbrigati i regalini - che è il meno - di prendere un paio di libri a mio uso e consumo. Anche perché Bari dista sessanta km da Gravina, e anche perché a Gravina non c'è una libreria che sia una, quindi bisogna approfittare delle trasferte.
Ad esempio avevo in mente di comprare S'è fatta ora di Antonio Pascale, che è uno dei migliori affabulatori che abbiamo in Italia, nonché forse l'unico scrittore che sembri non far molta distinzione fra il discorso orale e quello scritto: nel senso che parla come se scrivesse e scrive come se parlasse, in assoluta scioltezza. Se non che S'è fatta ora è un libro di poco più di cento pagine e la Minimum Fax ha pensato bene di farlo pagare nove euri e cinquanta centesimi. Calcolando che io leggo almeno cento pagine al dì, e che di conseguenza avrei letto S'è fatta ora nel giro di mezzo pomeriggio, il superego economico mi ha impedito di spendere diciottomila lire per divertirmi meno di due ore. (E' uno dei motivi, ad esempio, per cui non vado mai al cinema e, se esce un film interessante, mi accontento di aspettare due anni e mezzo finché non lo danno su Rai1 o su Canale5, come accadrà stasera con Che Pasticcio, Bridget Jones).
Nelle mie originarie intenzioni i racconti di Pascale dovevano fare il saggio con l'allegro saggio di Francesco PIccolo, L'Italia Spensierata, del quale s'è fatto un gran parlare dalla Bignardi e pure da Fabio Fazio; e che mi interessa particolarmente in quanto il mio principale rimpianto, da quasi ricercatore e da mezzo scrittore, è che a furia di parole ho sacrificato gran parte della spensieratezza italiana (la vita normale, il cinema a Santo Stefano, lo stadio, il centro commerciale, i corsi di salsa e merengue, la palestra etc.) cui fa riferimento il libro. E poi Piccolo l'ho conosciuto di persona, tempo fa (nonostante il nome è alto come King Kong, però è buono), e in precedenza aveva già dimostrato di avere una vena umoristica che richiama, che so io, quella classica di Jerome Klapka Jerome. Se non che L'Italia Spensierata arriva a circa centocinquanta pagine e la Laterza ha pensato bene di farlo pagare nove euri, in maniera tale che, sebbene proporzionalmente più conveniente del libro di Pascale, nuovamente il senso di colpa che mi induce a non spendere per il divertimento né per l'istruzione mi ha trattenuto dal comprare il secondo libro del giorno.
Fatto sta che un paio di libri dovevo comprare e un paio di libri ho comprato: ho ripiegato su Le Bostoniane di Henry James (trecento pagine, cinque euro) e su La Nuova Justine di Sade (cinquecento pagine, sei euro): per complessive ottocento pagine a undici euro, che divise per cento pagine al giorno fanno una settimana abbondante di intrattenimento a meno di un euro e mezzo al dì: e quindi evviva la Newton & Compton.
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